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Luigi Bona è nato a Venezia il 21 giugno 1947 dove attualmente vive e lavora Vi parla di Luigi bona
Siro Perin “..Applicando direttamente sulla tela o su pannelli oggetti reali per sottolineare la sperimentazione della società di massa…”. Pur senza sapere a quale movimento artistico fanno riferimento queste poche parole estrapolate da un manuale di storia dell’arte, riusciamo tranquillamente a capire che si sta tratta della POPART e della sua caratteristica principale: il dialogo diretto tra Arte e la comune realtà quotidiana. Questa dicotomia può risultare riduttiva o addirittura priva di senso se mancante dell’apporto della sensibilità di un artista. Perciò per comprendere le opere di Luigi Bona, aldilà delle definizioni critiche standard, dobbiamo sempre tener presente che dietro ogni sua realizzazione si cela la sua anima di artista. Allora i telefonini, le cannucce, le posate, le macchine fotografiche, le pellicole e le cravatte, divenendo vere proprie manifestazioni creative. Il loro valore funzionale dunque diventa sociologico, trasformandosi in testimoni del rapporto che l’uomo ha con la comunicazione, l’immagine e lo stile di vita della massificazione contemporanea. Ma
per Luigi Bona è anche importante sottolineare
l’interiorità che egli infonde all’opera, e lo fa attraverso un
uso particolare del colore, considerato non è più
elemento aggiunto, ma forza sostanziale. Il pigmento dunque diventa rappresentazione visiva dello stato
d’animo che in quel momento l’artista ha,
travalicando gli esiti stessi del significato sociale originario
dell’opera. Così ogni singolo filamento, ogni singola macchia
sono al medesimo tempo gestualità ed emotività: il nero,
se presente,esprime negatività mentre il
rosso, al contrario, può rivelare
passionalità. Attento osservatore di questa realtà che tanto lo ha spronato, negli ultimi lavori Luigi Bona ha concentrato la sua attenzione su uno degli oggetti più banali, ma anche più utilizzati tanto da divenire una vera icona del nostro tempo: la bottiglia di Coca-Cola. E’ chiaro che la scelta non è stata casuale, e non lo è nemmeno l’uso che egli ne fa, visto che la famosa forma di questa bottiglia è sia simbolo di un certo status socio-culurale, sia, pure, stilizzazione essa stessa, in quanto è un chiaro rimando la sua forma al corpo femminile. Basterebbe anche solo questa stilizzazione per soddisfare la creatività, dell’artista, ma egli va oltre, lungo un preciso cammino da compiere, impostato sulla modifica formale e perciò visiva della bottiglia. Infatti, lentamente queste bottiglie si rompono e colorano per poi trasformarsi in sbalorditive scarpette! E da questo trasformismo, emerge la venezianità di Bona: il vivere a contatto con il grande colorismo veneziano e la sapiente maestria dei maestri vetrai. Così da moderno “calegher”(calzolaio), Bona seduto davanti al forno con la pasta ancora calda, ha dato nuova identità a questa icona del suo tempo, creando una fantasiosa calzatura vitrea, che sembra essere stata appena persa da una furtiva Cenerentola. Questa opera per il vivace uso dei colori, per la grazia e la leziosità, sembra avvicinarsi ad un intrigante e decorativo arriccio roccocò veneziano. Ma l’apice l’artista lo raggiunge quando trasforma la bottiglia addirittura in un opalescente guanto di cristallo, dall’aggraziato piglio, forse appartenuto ad una magica fata.
Con questi ultimi esiti creativi, da intendersi non come il punto di arrivo di un lungo
percorso, ma una tappa della sua creatività, l’artista non solo
ha dimostrato di essere rimasto vicino al solco della PopArt, ma anche
di saper andare in altre direzioni artistiche. E’ riuscito a creare
concettualmente una dimensione visiva che va oltre
l’oggettività, per divenire soggetto nuovo ed autonomo. Va infine sottolineato che Bona nel corso della sua
attività ha continuato ad evolversi sia ascoltando gli echi del
panorama artistico mondiale, sia però sapendosi allontanare da
quella faciloneria asettica che spesso queste correnti hanno declamato,
mantenendo sempre viva la propria onestà intellettuale e rimanendo fedele alla sua concretezza.
Siro Perin Critico
d’arte.
last update
agosto
2006
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