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Luigi Bona è nato a Venezia il 21 giugno 1947 dove attualmente vive e lavora Franco Batacchi ![]() Dal seme del Pop, nell’orto dell’Op, cresce il fiore di Bona
Conosco Luigi Bona da almeno quindici anni e mai avevo sospettato che in lui germinasse il morbo della pittura. Altrimenti me ne sarei forse tenuto alla larga: detesto i dilettanti allo sbaraglio, le anime belle che vengono folgorate da una vetrina di tele e colori sulla via del tempo libero. Avevo intuito una certa sensibilità istintiva quand’era venuto a visitare il mio studio e si era astenuto dalle stucchevoli domande (che troppo spesso mi vengono rivolte e alle quali rispondo con monotone frasi fatte, per evitare di perdere tempo prezioso) sul “significato” dei miei lavori. Era piuttosto incuriosito dalle tecniche, tema che mi appassiona poiché, grattando la superficie delle argomentazioni critiche gonfie di letteratura e povere di argomenti scientifici, è proprio nella loro genesi che va cercato e ricostruito il profondo valore del mestiere d’artista in quest’epoca dannata dalle tecnologie della riproducibilità “fredda”. Il suo interesse per i “segreti” del far pittura avrebbe dovuto suggerirmi un indizio, ma non l’avevo memorizzato. Un bel giorno Bona mi avvicina con fare titubante – atteggiamento insolito per lui, di solito tanto schietto da rasentare la ruvidezza – per chiedermi di “andare a vedere qualcosa”, sollecitando in tal modo la mia naturale curiosità. L’incontro avviene a Castello, in una sorta di retrobottega nei pressi del Ponte dei Greci. Bona mi confida: “Da anni provo a dipingere. Ho cominciato come tutti, cercando di riprodurre i paesaggi e le cose che vedevo. Ma a metà di ogni quadro mi bloccavo e non riuscivo a procedere. Mi chiedevo che senso aveva, rifare i soggetti che nel corso dei secoli migliaia di artisti avevano scelto e rappresentato con capacità maggiori delle mie. Ero stato sul punto di abbandonare questa aspirazione, quando un giorno mi sono fermato a guardare il particolare di un abbozzo: una macchia di colore che improvvisamente mi sembrava misterisamente nuova, quasi palpitante. Da quel momento ho fatto alcuni tentativi in diverse direzioni e non ho ancora individuato la mia strada. Ma da allora porto a compimento i quadri con soddisfazione. Li ho fatti vedere in giro, e sono piaciuti. Vorrei un tuo parere, e meglio ancora, un consiglio”. Metto subito le mani avanti, spiegandogli che godo di una pessima fama: soprattutto nei confronti degli autodidatti sono prevenuto, quando mi chiedono un giudizio so per esperienza che novantanove volte su cento mi mostreranno cose banali e fatte male; e se insistono per avere un responso, non ho rispetto umano. Dico davvero quello che penso. E sovente cito un aneddoto dei lontani tempi dell’Accademia, quando una signora di buona famiglia andò a presentare la sua figliola per l’iscrizione al Corso di Guido Cadorin. Il maestro squadrò la signorina, vestita come un’educanda, e chiese bruscamente alla madre: “Ma perché vuol farle fare questo duro lavoro?”. La signora prese da parte il grande artista e mormorò: “Vede maestro, abbiamo provato con i licei e anche le professionali, ma ha perso gli anni senza risultati. Non ce la fa proprio. E allora, cosa dobbiamo fare? Se non me la accetta, va a finire che me la ritrovo su una strada. Cosa dice: meglio allieva dell’Accademia che puttana, non crede?”. La replica del burbero Cadorin fu immediata: “No, cara signora, meglio puttana!”. Per questo sono fortunatamente sempre più rari i neofiti che bussano alla mia porta. Ma non solo i neofiti. Recentemente una vecchia amica, ottima saggista e brava pittrice, si era avventurata sul terreno della scultura e mi aveva chiesto un parere su una sua installazione. Dopo attenta analisi, ero giunto alla conclusione che la terza dimensione non rientrava tra le sue capacità e le avevo comunicato, motivandola, questa mia impressione. Da allora mi ha tolto il saluto. Ma non è una gran perdita: chi si aspetta soltanto lodi dagli amici, non è un amico. E più il tempo passa, più preferisco circondarmi di persone che non amano l’adulazione e coltivano il difficile terreno della lealtà. Perciò anche con Luigi Bona ho adottato il metro della chiarezza. Prima ancora di vedere i suoi lavori l’ho messo sull’avviso: attento, perché se mi chiedi un giudizio io devo dartelo, e non è mia abitudine indorare la pillola. La sua risposta: “Voglio sapere, senza mezzi termini, se devo smettere o se vale la pena continuare. E ti sarei grato se mi indicassi su quale strada, tra quelle che ho iniziato, eventualmente procedere”. A quel punto mi sciorina una serie di tele coloratissime, dal piglio gestuale insolitamente sicuro. Alcune, molto piacevoli, richiamano il dripping di Pollok in chiave solare, altre la forza oscura delle masse rosso-nere del Vedova anni ’70. Dico all’autore che si tratta di prove incoraggianti, ma datate. Per inciso, osservo che a Venezia è più facile che altrove cadere nella trappola del déjà-vu: tra Biennale e mille altre occasioni di bombardamento visuale, le immagini circondano vorticosamente chi è predisposto a “recepire” e si depositano nei cassetti della memoria, che poi vengono aperti inconsciamente nel momento critico dell’impatto con il candore disarmante della superficie vergine. Credo che l’epigonismo di quei primi lavori di Bona sia del tutto inconsapevole. Così come credo che egli avesse voluto mettere alla prova la mia schiettezza, poiché immediatamente mette da parte le tele e mi prega di seguirlo in un altro locale, situato a poca distanza. Con atteggiamento più trepidante – ma, comprenderò in seguito, già fiducioso – mi mostra alcune prove, decisamente più mature: assemblaggi di oggetti applicati su fondi piani e trattati cromaticamente. Non ho difficoltà ad esternargli il mio giudizio positivo. Anche questa è una strada già battuta (da Arman, in primis) ma, visti gli esiti iniziali, mi sembra più consona ai suoi mezzi espressivi e soprattutto foriera di promettenti evoluzioni. Gli suggerisco qualche accorgimento tecnico e gli auguro buon lavoro, con l’intesa che ci rivedremo quando il germoglio si sarà sviluppato in robusto virgulto. Con mia sorpresa, Bona mi telefona dopo appena due mesi. Lo raggiungo in una piccola galleria, a due passi da Piazza San Marco. Sulle pareti sono appesi i frutti di un’attività che, evidentemente, dev’essere stata febbrile. Mi intrigano particolarmente le composizioni ottenute utilizzando i packages protettivi per uova. Li incolla con precisione uno accanto all’altro, li tinteggia utilizzando diverse modalità (dallo spruzzo all’immersione) ottenendo effetti cangianti, oppure motivi grafici ricorrenti. Talora, sul fondo di ogni piccola conca, fissa perle di vetro o murrine. Gli effetti convincono, tanto per la sobrietà della partitura, quanto per la varietà timbrica. E subito proviamo ad accostare le formelle, immaginandone le infinite possibilità compositive: nascerà presto una mostra formata da un’unica, ininterrotta fascia che, partendo dal nero, percorrerà lungo le pareti l’intero spettro cromatico fino ad approdare al candore illusoriamente immacolato dalla luce. Anche le altre derive dell’accrochage tra accumulazione, ordine e ritmo gestuale, appaiono incoraggianti. Le fitte trame ottenute con allineamenti di posate e cannucce in plastica, i giochi di rimando tra macchine fotografiche e pellicole, le apparizioni di cravatte con il recupero dello sgocciolamento che ne ironizza l’aplomb, sono tappe di un percorso immaginativo che punta all’individuazione di un mondo espressivo di efficace presa comunicativa. Forse, in tale direzione, le prove più convincenti – e tecnicamente più smaliziate, fino a sfiorare il virtuosismo – sono costituite dalle composizioni in cui Bona sfrutta abilmente la collaudatissima icona della bottiglietta di Coca Cola, offrendone festose declinazioni cromatiche. Ci siamo rivisti ancora, dopo qualche settimana. Mi ha fatto vedere qualche altro lavoro, che ha confermato la linea di tendenza ormai individuata con precisione, e mi ha chiesto di mettere per iscritto ciò che gli avevo detto nei nostri incontri “a tema”. Ho ritenuto opportuno descrivere la piccola genesi del dialogo costruttivo che è approdato ai risultati che ora vengono per la prima volta proposti al pubblico. Potrei allungare il brodo dilungandomi su altri riferimenti, oltre a quelli citati. È infatti evidente che l’ascendenza Pop, intersecata dalla Op, inquadra un ambito referente che svaria dalla catalogazione metodica di Christian Boltanski (opposta rispetto a quella sentimentale di Maurizio Pellegrin, o a quella tecnologica di Subodh Gupta) al trash programmato di molta odierna produzione americana. Ma in tal modo verrei a sovrapporre un artificioso paludamento culturale a ciò che in effetti rappresenta il movente di questa “pittura” (e le virgolette sono d’obbligo, poiché i lavori affidano buona parte della loro presa emozionale al rapporto con la terza dimensione, sfruttando una spazialità talora effettiva, ma non di rado allusiva). Luigi Bona non si esprime partendo dai teoremi, bensì dall’incoercibile desiderio di costruire manualmente oggetti estetici comprensibili e belli: artefatti che hanno diretto rapporto con la vita quotidiana e la produzione di beni di consumo, ma riescono a riscattare la serialità dei mezzi mediante festosi mutamenti di contesto. Sono messaggi in bottiglia, lanciati nell’oceano dell’arte contemporanea, solcato da rotte ingarbugliate e agitato da tsunami astutamente indotti al mercato. L’auspicio è che vengano raccolti da naufraghi felici disposti al sorriso, sulle rive di isole baciate dagli alisei della serenità di spirito. Le opere prodotte con sincerità d’animo devono essere godute con lo sguardo innocente (e intelligente) dell’infanzia. Non a caso Picasso impiegò tutta la sua lunghissima e feconda esistenza per riuscire a disegnare con la crudeltà e la grazia di un bambino. Credo che le composizioni di Luigi Bona piaceranno a chi ama le canzoni del compianto Sergio Endrigo: ci vuole un seme per fare un fiore e anche una casa piccina, senza tetto e senza cucina, può essere bellissima, purchè vi alberghi un briciolo di benefica follia. Franco Batacchi
I've known Luigi Bona for at least fifteen years and I never suspected the germ of painting sprouted in him. Otherwise I would have maybe kept away from him: I hate venturing amateurs, beautiful minds shocked by a window of canvass and colours on the way of their free time. I guessed his instinctive sensitivity when he came to visit my studio and abstained from the usual tedious questions ( which too often I get asked and to which I answer with boring stereotyped expressions since I don't want to waste precious time ) about the meaning of my works. He was quite intrigued by the techniques, subject which fascinates me because, the deep values of the job called Artist must be found and rebuilt in their genesis, scratching on the surfaces of critic argumentations, full of literature and poor of scientific meanings, especially in these days damned by technologies of "cold" reproducibility. A clue should have suggested me his interest for the secrets of painting but I didn't memorize it. One day Bona aproaches me with hesitation - unusual attitude for him, normally so frank to border on rudeness - asking me to "see something" and stimulating my natural curiosity. The meeting took place in Castello, in a sort of back-shop near Ponte dei Greci. Bona confided in me: "I've been trying to paint for years. I started like all do, trying to reproduce landscapes and the things I saw. But half way through each picture I stopped and couldn't carry on. I asked myself what meaning could have remaking the subjects which thousands of artists choose and represented, through the centuries, with better skill than I did. I almost abandoned this aspiration, when one day I stopped to look at the detail of a sketch: a spot of colour which suddenly seemed mysteriously new to me, almost beating. Since that moment I made some attempts in different directions and I haven't found my way yet. But since then I finish my paintings with satisfaction. I showed them around and people liked them. I wanted your opinion, and, even better, an advice". I safeguarded myself explaining him that I have a very bad reputation: I'm ill disposed especially towards the self-taught persons and when they ask me an opinion I know that ninety-nine times on hundred they will show me trivial and badly made things; and if they insist to have a response I don't have any human respect. I really say what I think. And I often mention an anecdote coming from the far times of the Accademia when a lady of a good family introduced her daughter for the entrance to Guido Cadorin course. The master looked at the girl, dressed like a nun, and brusquely asked the mother: "Why do you want her to make this hard work?". The lady took the great artist on one side and murmured: "You see, we tried with the secondary schools and even with the professional schools but she lost years with no result. She really can't make it. So what shall we do? If you don't accept her she will be in the street. What do you say: it is better being a student of Accademia rather than a whore, isn't it?". The reply of the rough Cadorin was imediate: "No, dear lady, better being a whore!". Luckly the neophytes knocking on my door are every day more rare because of it. But not only the neophytes. Recently, a friend of mine, a wonderful essayist and good painter, ventured on the ground of sculpture and asked me an opinion about one of her instalations. After a careful analysis, I came to the conclusion that the third dimension was not among her capacities, I told her my impression and explained the motives. Since then she cuts me. However this is not a big loss: who expects only praises from his friends, is not a friend. And the more time passes, the more I prefer to have around me people who don't like flattery and grow the difficult ground of loyalty. Therefore I used the metre of clarity also with Luigi Bona. I warned him even before seeing his works: careful because if you ask me an opinion I have to give it to you and I don't like to gild the pill. His answer was: "I want to know exactly if I have to stop or if it is worth carrying on. And I would be grateful to you if you showed me which road to take among the few I started". At this stage he pours out a set of extremely colourful canvass with gestually skilled signs. Some of them are very pleasant and remind the dripping of Pollock in a solar key, others the obscure power of black and red masses of Vedova in the '70. I say to the author that these are encouraging but dated efforts. Incidentally, I notice thath in Venice it'easier to fall in the trap of déjà-vu: with the Biennale and thousands other occasions of visual bombing, images surround vortically who is predisposed to "perceive" and go into the drawers of memory. These darwers are opened unconsciously in the critical moment of impact with the desarming candour of the virgin surface. I think that the epigonism of these first works made by Bona is completely unaware. As much as I believe he wanted to try my frankness because he puts away imediately the canvass and asks me to follow him in another place, not far away. With a more anxious attitude - but already trustful, I will understand later - he showes me some other and more mature works: assemblages of objects applied on plain grounds and chromatically treated. I don't find any problem in expressing my positive opinion. This is also something already seen before ( Arman was the first ) but, after the initial results, it seems more according to his expressive means and, most of all, promising new improvements. I suggest him some technical tricks and wish him good luck with his work. It was implicit we would meet again when the sprout blosomed into a young and strong tree. Surprisingly Bona rings me up only two months later. I reach him in a small gallery, two steps away from St. Mark square. On the walls are hanging the fruits of a restless activity. Particularly intriguing to me are the compositions obtained with the protective packages for eggs. He glues them with precision one next to the other, he paints them using different techniques ( from spraying to immersion ) obtaining bright effects or grafic repeating motives. Sometimes, on the back of each little shell, he glues glass pearls or murrine. The effects are convincing, as for the soberness of partition as for the timbric variety. And imediately we try to assemble the tiles, imagining the endless compositive possibilities: soon a new show will start along the walls. It is made of a unique band begining with black, going through the whole cromatic spectre and reaching eventually the candour and immaculate illusion of light. Even the other derivations of accrochage, with accumulation, order and gestual rhythm, seem encouraging. The closely-woven designs, obtained lining up cuttlery and plastic straws, the games between cameras and films, the ties with the recovered technique of dropping, ironically emphasizing the aplomb, are steps of an imaginative path aiming to an expressivenss with a strong communicave impact. Perhaps, the most convincing - and technically more audacious, almost near to virtuosity - works in this direction are the compositions where Bona skilfully uses the tested icon of the little Coca-cola bottle, offering happy chromatic shades. We saw each other again after a few weeks. He showed me some other works, conferming the same tendence already precisely spotted and he asked me to put down in writing what I said to him, during our meetings, on the different subjects. I considered useful to describe the little genesis of this constructive dialogue taking to the results, now for the first time shown to the public. I could prolong the story talking about other references, besides those already mentioned. It is obvious that the ascendancy Pop, intersected with Op, incorporates an area going from the methodical catalogation of Christian Boltanski ( opposed to the sentimental one of Maurizio Pellgrini, or to the technological one of Subodh Gupta ) to the programmed trash of a big american production. However, if I did it, I would create an artificious cultural swamp for what the motive of this "kind of painting" represents ( inverted commas are compulsary, since the works use the third dimension to get part of the emotional grip and exploit an effective spatiality which is often allusive). Luigi Bona does not express himself starting from theorems but from the irrepressible desire of building manually esthetical objects which are beautiful and easy to understand: artifact having a direct relationship with everyday life and with the production of common use goods; they manage to recover the seriality of means through happy changes of context. They are messages in a bottle, thrown in the ocean of contemporary art, ploughed by entangled routes and troubled by tsunami shrewdly introduced by the market. We hope they will be collected by shipwrecked happy people, ready to smile, on the banks of islands where the trade-winds of peace of mind blow. Works produced with sincerity have to be enjoyed with the innocent ( and intelligent ) look of childhood. Picasso took his whole long and fertile existence to learn drawing with the crudelity and the grace of a child. I
believe Luigi Bona works will be loved by those who like the songs of
the lamented Sergio Endrigo: we need a seed to make a flower and
even a little house, without roof and kitchen can be beautiful if
there lives a little bit of sane madness too.
Cela fait au moins quinze ans que je connais Luigi Bona et jamais je n’aurais soupçonné qu’il pût germer en lui la fièvre de la peinture. Sinon, j’aurais probablement gardé la distance : je déteste les amateurs bricoleurs du dimanche, les beaux esprits fulgurés par une vitrine de toiles et couleurs sul la « voie du temps libre » J’avais senti qu’il avait une certaine sensibilité instinctive lorsqu’il avait visité mon atelier et s’était abstenu de poser les questions écoeurantes (que trop souvent me sont posées et auxquelles je répond par des phrases monotones toutes faites afin d’éviter toute perte de temps précieux) sur la signification de mes travaux. Il était plutôt intrigué par les tecniques, thème ceci qui me passionne car, en grattant la surface des argumentations critiques, riches de litterature et pauvres de sujets scientifiques, c’est justement dans leur genèse que l’on cherche et que l’on reconstruit la profonde valeur du mêtier d’artiste dans cette époque damnée de la reproductibilité « froide ». Son intérêt pour les « secrets » du mêtier de faire de la peinture, aurait dû me souffler ne serait-ce qu’un indice, mais je ne l’avais pas mémorisé. Un beau jour Bona m’approche avec une certaine hésitation - attitude assez insolite venant de lui, toujours direct, prèsque rude – pour me demander « d’aller voir quelques choses » en stimulant de telle façon ma naturelle curiosité. La rencontre a lieu à Castello, dans une sorte d’arrière boutique près du Ponte dei Greci. Bona me confie : « depuis des années j’essaie de peindre. J’ai commencé comme tout le monde en essayant de reproduire des paysages et les choses que je voyais. Mais je me bloquais toujours à la moitié du travail, je n’arrivais pas à continuer. Je me demandais quel sens y avait-il à refaire des sujets qu’au cours des siècles des milliers d’artistes avaient choisi et représenté avec beaucoup plus de capacité que moi. J’étais sur le point de laisser tomber cette aspiration, alors qu’un jour j’ai été frappé par le détail d’une esquisse : une tâche de couleur qui m’apparaissait soudain mystérieusement nouvelle, prèsque palpitante. Dès lors j’ai fait quelques essais en de différentes directions sans avoir encore trouvé mon chemin. Mais depuis je complète mes travaux avec satisfaction. Je les ai un peu montrés et ils ont plûs. J’aimerais avoir ton avis, mieux encore ton conseil ». Je prends tout de suite mes précautions en lui expliquant que j’ai une très mauvaise réputation et que je suis surtout prévenu à l’égard des autodidactes, lorsqu’ils me demandent un jugement je sais par expérience que 99 foir sur 100 ils vont me montrer des choses banales et mal faites ; et s’ils insistent pour avoir mon avis, je n’ai aucun respect humain. Je dis vraiment ce que je pense. Et souvent je cite une anecdote datant du temps lointain de l’Accadémie, lorsqu’une dame de bonne famille vint présenter sa fille à Guido Cadorin avant de l’inscrire à son cours. Le maître toisa la jeune fille, habillée comme une pensionnaire, de la têtê aux pieds et brusquement demanda à la mère : « mais pourquoi voulez-vous lui faire faire ce dur travail ? » La dame pris à côté le grand artiste et murmura : voyez-vous , Maître, nous avons essayé les lycées et les écoles professionnelles, mais elle a perdu des années sans aucun résultat. Elle n’y arrive vraiment pas. Et alors, que devons nous faire ? Si vous ne l’acceptez pas dans votre cours, ça va finir que nous nous la retrouverons faire la rue. Qu’en pensez-vous ? Il vaut mieux qu’elle soit élève à l’Accademie plutôt que putain, ne croyez-vous pas ? La réplique du bourru Cadorin fut immédiate : « Pas du tout chère Madame, il vaut mieux qu’elle soit pute ! ».. C’est pour cela que les néofites qui frappent à ma porte sont, heureusement, de plus en plus rares, non seulement les néofites d’ailleurs. Récemment une vieille amie , essayiste réputée et peintre douée, s’était aventurée sur le terrein de la sculpture et avait demandé mon avis sur une installation qu’elle avait faite. Après une analyse attentive, j’en avait tiré la conclusion que la troisième dimension ne faisait pas partie de ses capacités et je le lui avait communiqué en motivant mon impression. Depuis, elle ne m’adresse plus la parole. Mais ce n’est pas une grande perte : celui qui s’attend seulement des louanges de ses amis, n’en est pas un. Et plus le temps passe, plus je préfère m’entourer de personnes qui n’aiment pas l’adulation et cultivent le dur terrein de la loyauté. Par conséquent, aussi avec Luigi Bona j’ai adopté le mètre de la clarté. Avant même d’aller voir ses travaux je l’ai mis sur le qui-vive : » fais attention car, si tu demande mon jugement, il faut que je te le donne, et ce n’est pas ma coutume de dorer la pillule. », sa réponse a été : « je veux savoir, sans demi-mesure, si je dois arrêter ou si ça vaut la peine que je continue. Et je te serais grès si tu pouvais m’indiquer sur quel chemin, parmi ceux que j’ai imprunté, je devrais éventuellement procéder ». Et là il me débale toute une série de toiles très colorées, d’une touche gestuelle insolitement très sûre. Certaines, très agréables, rappellent le dripping de Pollok en clef solaire, d’autres rappellent la force obscure des masses rouge-noires du Vedova des années ’70. Je dit à l’auteur qu’il s’agit d’épreuves encourageantes mais datées. Notamment j’observe qu’à Venise il est plus facile qu’ailleurs, de tomber dans le piège du déjà vu : entre la Biennale et des milliers d’autres occasions de bombardement visuel, les images encerclent dans un tourbillon celui qui est prédisposé à « assimiler », et se déposent dans les tiroirs de la mémoire qui sont ensuite ouverts inconsciemment au moment critique de l’impacte avec la candeur désarmante de la surface vièrge. Je crois que l’épigonisme de ces premiers travaux de Bona soit tout à fait inconscient. De mêmê que je crois qu’il ait voulu mettre à l’épreuve ma franchise puisque, tout à coup, il met de côté les toiles et me prie de le suivre dans un autre local tout près. Avec trépidation mais, je comprendrais par la suite, déjà avec plus de confiance, il me montre quelques épreuves, décidément plus mûres : des assemblages d’objets appliqués sur des fonds plats et traités chromatiquement. Je n’ai aucune difficulté à lui extérioriser mon jugement positif. Celui là aussi est un chemin déjà battu (par Arman en primis) mais, il me semble plus conforme à ses moyens expressifs et surtout annonciateur d’évolutions plus prometteuses. Je lui suggère quelques astuces techniques et je lui souhaite bon travail, avec la promesse de nous revoir lorsque le bourgeon deviendra une branche robuste.
Avec ma surprise, Bona me téléphone à peine deux mois plus tard. Je le rejoins dans une petite galerie, à deux pas de la Place Saint Marco. Aux murs sont accrochés les fruits d’une activité qui, de toute évidence, a dû être fièvreuse. Ce qui m’intrigue particulièrement, ce sont ses compositions obtenues en utilisant les emballages en carton pour protéger les oeufs. Il les colle avec précision les uns à côté des autres, il les colorie en utilisant des techniques différentes (du spray à l’immersion) en obtenant des effets versicolores ou bien des motifs graphiques répétitifs. Parfois, sur le fond d’un creux il place des perles de verre ou des « murrines ». Les effets sont convaincants, aussi par la sobriété de la partiture, que par la variété des tons. Et immédiatement nous essayons de mettre ces carreaux les uns à côté des autres imaginant d’infinies possibilités compositives : il y aura bientôt une exposition formée d’une unique bande ininterrompue qui, partant du noir, parcourrira le long des parois le spectre chromatique complèt jusqu’à rejoindre la candeur illusoirement immaculée de la lumière. Même les autres dérives de l’accrochage entre accumulation, ordre et rythme gestuel, apparaissent encourageantes. Les trames serrées, obtenues avec l’allignement de couverts et de pailles en plastique, les jeux de renvoi engtre appareils de photos et pellicules, les apparitions de cravattes avec la récupération du dégoulinement qui en ironise l’aplomb, ce sont des étapes d’un parcours imaginatif qui vise à l’individuation d’un monde expressif d’une efficace prise communicative. Vraisemblablement, dans cette direction les épreuves plus convaincantes - et techniquement plus dégourdies, jusqu’à éfleurer le virtuosisme - sont constituées par les compositions où Bona exploite habilement l’icône de la petite bouteille de Coca-Cola, en offrant de très joyeuses déclinaisons chromatiques. Nous nous sommes encore revus quelques semaines plus tard. Il m’a montré d’autres travaux qui ont confirmé sa ligne de tendance, deshormais saisie avec précision. Et m’a demandé de mettre par écrit ce que je lui avais dit lors de nos rencontres « à thème ». Il m’a semblé opportun décrire la petite genèse du dialogue constructif qui a atteint les résultats qui pour la première fois sont maintenant proposés au public. Je pourrais allonger la soupe en m’étendant sur d’autres détails que je n’ai pas cités ici. Il est tout à fait évident que l’ascendent Pop, intersecté par l’Op, montre un milieu de réference qui se diversifie de la catalogation méthodique de Christian Boltanski (opposée par rapport à celle, sentimentale, de Maurizio Pellegrini ou à celle thecnologique de Subodh Gupta) au trash programmé d’une grande partie de la production américaine d’aujourd’hui. Mais de telle manière je viendrais superposer une artificieuse floraison culturelle à ce qu’effectivement représente le mobile de cette « peinture » (et les guillemets sont de rigueur, puisque ces travaux confient une bonne partie de leur emprise émotionnelle au rapport avec la troisième dimension, exploitant une spatialité parfois effective, mais non rarement allusive). Luigi Bona ne s’exprime pas en partant de théorèmes, mais plutôt de l’incoercible désir de construire manuellement des objets esthétiques compréhensibles et beaux : des artefacts ayant un rapport direct avec la vie quotidienne et avec la production de biens à la consommation, mais qui réussissent à racheter le sérialisme des moyens par de joyeuses mutations de contexte. Ce sont des messages en bouteilles lancés dans l’océan de l’Art contemporain, silloné de routes enchevétrées et agité pas des tsunamis astucieusement poussés sur le marché. L’auspice c’est que ces messages soit cueillis par d’heureux naufragés disposés au sourire, sur les rives d’îles caressées par les alysées de la sérénité d’esprit. Les oeuvres produites avec sincérité d’âme doivent être jouissibles avec le regard innocent (et intelligent) de l’infance. Ce n’est pas par hazard que Picasso employa toute sa très longue et féconde existance afin de réussir à dessiner avec la cruauté et la grâce d’un enfant. Je crois que les compositions de Bona plairons à ceux qui aiment les chansons du regretté Sergio Endrigo : il faut une graine pour avoir une fleur et même une petite maison sans toit ni cuisine peut être très belle, pourvu qu’il y auberge un brin de follie bénéfique.
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